Alimena (Pa) – Il TAR glielo dice per l’ennesima volta. Lui firma un’altra ordinanza identica pochi minuti dopo. Quando l’inadeguatezza diventa incompatibile con la carica
Un Sindaco può sbagliare. Può perdere una causa. Può persino vedere annullato un proprio provvedimento. Ma quando continua ostinatamente a emanare gli stessi atti che il TAR e il CGA hanno già dichiarato privi di fondamento, arrivando a firmarne uno nuovo pochi minuti dopo aver ricevuto l’ennesimo decreto di sospensione, non siamo più di fronte a un errore amministrativo. Siamo davanti alla negazione stessa del ruolo istituzionale che ricopre. Ed è per questo che la permanenza di Giuseppe Scrivano alla guida del Comune di Alimena pone ormai un problema che va ben oltre la politica: riguarda la credibilità delle istituzioni e il rispetto dello Stato di diritto.
Per la decima volta, infatti, il TAR è dovuto intervenire per ricordargli un principio tanto elementare quanto decisivo: il Sindaco non ha alcun potere di vigilanza preventiva, di controllo o addirittura di interdizione sull’attività del Consiglio comunale.
Nel decreto cautelare depositato ieri 24 luglio 2026, il Giudice del TAR non lascia spazio a interpretazioni. Dopo avere ricostruito l’intero contenzioso che da mesi paralizza il Comune, ricorda che sia il TAR sia il CGA si sono già pronunciati più volte nello stesso identico senso, censurando l’attività del Sindaco finalizzata a interferire direttamente con il funzionamento del Consiglio comunale.
Poi arriva il passaggio che dovrebbe chiudere definitivamente ogni discussione.
Il TAR afferma che è ormai “sufficientemente acclarata l’assenza di alcun potere di vigilanza preventiva e/o di interdizione del Sindaco sulle prerogative e sui poteri consiliari”, precisando che questioni come la verifica della legittimazione dei consiglieri, le eventuali surroghe, l’elezione del Presidente del Consiglio e l’esercizio delle funzioni del Consigliere anziano devono essere affrontate all’interno del Consiglio comunale, salvo i successivi rimedi previsti dall’ordinamento (cioè faccia i ricorsi previsti dalla legge se lo ritiene opportuno).
Tradotto in italiano corrente: il Sindaco non può impedire al Consiglio di discutere, deliberare o decidere su materie che appartengono esclusivamente al Consiglio stesso.
Per questo motivo il TAR ha sospeso integralmente le ordinanze sindacali n. 35, 41, 42, 45 e 48.
Sono proprio quelle ordinanze con cui Scrivano aveva:
- vietato la trattazione delle surroghe;
- dichiarato invalide le convocazioni del Consiglio;
- impedito al Consigliere anziano di esercitare le funzioni attribuitegli dallo Statuto;
- ordinato ai dipendenti comunali di non dare seguito alle convocazioni;
- perfino minacciato sanzioni amministrative da 500 euro e denunce nei confronti di consiglieri, funzionari, addetti al protocollo e personale comunale.
Tutto sospeso.
Tutto.
Eppure la parte più incredibile della vicenda arriva dopo.
Pochi minuti dopo la notifica del decreto del TAR, anziché fermarsi, prendere atto della decisione del giudice e riportare il confronto sul terreno istituzionale, Giuseppe Scrivano ha fatto esattamente il contrario: ha firmato una nuova ordinanza, la n. 51, riproponendo ancora una volta lo stesso schema già censurato dalla giustizia amministrativa.
È difficile immaginare una rappresentazione più plastica del rapporto ormai compromesso tra chi oggi ricopre la carica di Sindaco e il significato stesso delle istituzioni.
Non siamo più di fronte a una diversa interpretazione giuridica.
Non siamo più davanti a un conflitto di competenze.
Siamo davanti a un amministratore che, dopo ripetute pronunce del TAR e del CGA, continua ad esercitare poteri che i giudici gli hanno espressamente negato.
Una situazione che non può più essere liquidata come ostinazione.
Diventa un problema di idoneità istituzionale.
Per mesi Alimena ha assistito a convocazioni annullate, Consigli comunali impediti, commissari ostacolati, funzionari posti in una situazione di costante conflitto tra il rispetto della legge e l’obbedienza agli ordini del Sindaco.
Adesso perfino il TAR parla di una “coerente prosecuzione” della linea di condotta del Sindaco, sottolineando come essa continui nonostante le ripetute decisioni cautelari già confermate dal Consiglio di Giustizia Amministrativa.
Non è un’espressione casuale.
È la certificazione che il comportamento contestato non è episodico, ma sistematico.
Ed è proprio questa sistematicità a rendere la vicenda ancora più grave.
Chi ricopre la carica di Sindaco rappresenta lo Stato sul territorio.
È il primo garante della legalità dell’azione amministrativa.
Quando è invece il giudice amministrativo a dovergli ricordare, una volta dopo l’altra, quali siano i limiti dei suoi poteri, significa che il rapporto tra funzione e comportamento si è completamente spezzato.
Il danno non è più soltanto economico — già enorme per i continui contenziosi a carico della collettività — ma diventa un danno culturale e istituzionale.
Si trasmette ai cittadini l’idea che una sentenza possa essere ignorata, che un decreto del TAR sia un semplice suggerimento, che i limiti posti dall’ordinamento valgano per tutti tranne che per chi amministra.
È esattamente il contrario del giuramento che ogni Sindaco presta al momento dell’insediamento.
Per questo la questione non è più politica.
È istituzionale.
Quando un amministratore continua ad adottare gli stessi provvedimenti immediatamente dopo che il TAR li ha sospesi perché adottati senza avere alcun potere per farlo, il problema non riguarda più il merito delle singole ordinanze.
Riguarda la capacità stessa di ricoprire quella funzione.
È anche per questa ragione che, d’ora in avanti, non accosteremo più la parola “Sindaco” al cognome di Giuseppe Scrivano. Quella parola non è un titolo onorifico: rappresenta un’istituzione della Repubblica, un mandato fiduciario e il dovere di essere il primo garante della legalità all’interno della comunità che si amministra.
Giuseppe Scrivano ha progressivamente svuotato quel ruolo della sua autorevolezza, trasformandolo in uno strumento di conflitto permanente con le istituzioni dello Stato. Dieci pronunce tra TAR e CGA, decine di provvedimenti censurati e oltre 70.000 euro di spese processuali scaricate sulla collettività rappresentano un bilancio che parla da solo.
Continuare ad affiancare la parola “Sindaco” al suo nome significherebbe mortificare tutti quei primi cittadini che ogni giorno esercitano quella funzione con equilibrio, rispetto delle regole e senso delle istituzioni. Giuseppe Scrivano merita di essere chiamato semplicemente con il suo nome e cognome. Perché la dignità della carica appartiene all’istituzione; il modo in cui lui l’ha esercitata appartiene esclusivamente alla sua responsabilità.
































































E’ da imbecilli continuare sul piano amministrativo questa diatriba, il penale è l’ambito di intervento del resto e’ perfetto per la caratura del personaggio