Alimena (Pa) – La falsa resa di Scrivano: revoca in blocco undici ordinanze già prive di efficacia, ma tiene in piedi la n. 51 per continuare l’ostruzionismo. Il Consiglio è convocato per il 10 agosto — ma sul primo punto all’ordine del giorno arriva subito il parere negativo del Segretario. Nel frattempo il Commissario proroga il bilancio al 10 settembre e l’estate alimenese muore in una piazza vuota
Quando un amministratore è costretto a revocare in blocco i provvedimenti con cui, per mesi, ha preteso di governare una crisi istituzionale da lui stesso alimentata, non siamo più di fronte a un’interpretazione controversa delle regole o a una comprensibile ostinazione amministrativa: siamo davanti al fallimento di un’intera linea di governo, al momento in cui l’inadeguatezza rispetto al ruolo ricoperto diventa impossibile da nascondere.
Ma nel caso di Scrivano, anche la resa è falsa. E vale la pena capire bene perché.
Con l’Ordinanza sindacale n. 57 del 6 agosto 2026, Giuseppe Scrivano ha disposto la revoca immediata di undici ordinanze sindacali emanate tra il 30 dicembre 2025 e il 9 luglio 2026. Nell’elenco ci sono praticamente tutti i provvedimenti attraverso i quali è stata costruita questa interminabile guerra istituzionale: dalla falsa presa d’atto della decadenza del Consiglio comunale al divieto di insediamento del commissario ad acta, dai divieti di convocazione del Consiglio alle ordinanze sulle surroghe, dall’impedimento al Consigliere anziano di esercitare le proprie prerogative fino a quella che prospettava sanzioni da 500 euro per chi non avesse rispettato le precedenti ordinanze sindacali.
Tutto revocato. O meglio: tutto quello che era già stato annullato o sospeso dal TAR.
Perché qui sta il primo, fondamentale inganno di questa operazione. Quelle undici ordinanze erano già prive di efficacia giuridica in forza delle pronunce del giudice amministrativo, che le aveva sistematicamente sospese o annullate nel corso degli ultimi mesi. Revocarle oggi non è un atto di responsabilità: è una pulizia formale di carta straccia, utile a costruire la narrazione di un sindaco che “ha fatto un passo indietro” senza in realtà cedere nulla di sostanziale.
Ed è altamente probabile che nemmeno questa tardiva retromarcia sia frutto di una spontanea resipiscenza. Tutto lascia credere che la revoca in blocco sia arrivata sull’onda di una diffida formale dell’Assessorato Regionale delle Autonomie Locali, che avrebbe messo Scrivano di fronte a una prospettiva concreta e non più eludibile: la rimozione d’ufficio. Una misura estrema, prevista dall’ordinamento per i casi in cui un amministratore locale perseveri in condotte gravemente illegittime e lesive dell’interesse pubblico — condotte che, nel caso di Alimena, sono ampiamente documentate in ogni sede giudiziaria e amministrativa. Di fronte a questo rischio, Scrivano ha scelto di arretrare. Ma solo in apparenza, e solo fin dove era costretto.
La prova è nell’unica ordinanza che ha scelto di non revocare: la numero 51, emanata il 24 luglio 2026 — quella firmata immediatamente dopo l’ennesima pronuncia del TAR che sospendeva le precedenti iniziative sindacali. Un tempismo che non lascia spazio a interpretazioni: appena il giudice ha tolto efficacia alle precedenti ordinanze, ne è arrivata una nuova, costruita ad hoc per continuare l’ostruzionismo attraverso un diverso punto di attacco. Il fatto che questa sia l’unica sopravvissuta alla revoca — nonostante la diffida, nonostante il rischio di rimozione, nonostante tutto — dice tutto sulla reale volontà di Scrivano: non cedere, non collaborare, non permettere al Consiglio di funzionare. Cambiare strumento, non obiettivo.
L’ordinanza n. 51 vieta ai consiglieri comunali di presentare all’ordine del giorno proposte non corredate dei necessari pareri amministrativi e contabili, e in particolare di inserire all’ordine del giorno proposte aventi ad oggetto le surroghe e il rientro di consiglieri comunali (vedi Marisa Guarrera che non ha mai protocollato le dimissioni), sostenendo che la questione non rientrerebbe nelle competenze riservate ai consiglieri. Un’affermazione giuridicamente destituita di ogni fondamento, ma funzionale all’obiettivo: bloccare il Consiglio dall’interno, usando gli uffici come leva.
E puntualmente, quell’obiettivo si è già materializzato. Il Consigliere anziano Giovanni Di Gangi, nella sua qualità di Presidente del Consiglio pro tempore, dopo la convocazione abusiva del magico duo Scrivano-Mascellino revocata direttamente dal Commissario ad acta, ha regolarmente convocato il Consiglio Comunale in sessione ordinaria per il 10 agosto 2026, con un ordine del giorno di quindici punti trasmesso il 31 luglio con protocollo n. 6913. La convocazione — questa volta legittima, firmata dal soggetto competente, nel rispetto dei termini e delle procedure — prevede al punto 1 la nomina degli scrutatori e la presa d’atto della nota assessoriale prot. n. 8981 del 21 maggio 2026, con le determinazioni conseguenziali: in sostanza, il riconoscimento formale in aula di quanto l’Assessorato Regionale ha già accertato e comunicato in merito alle numerose anomalie riscontrate sulla presentazione delle dimissioni dei Consiglieri a cui Scrivano, nel tentativo di sabotare il Consiglio, le aveva chieste in bianco. Seguono poi tutti i punti sul bilancio di previsione 2026/2028, la TARI, il DUP, il programma triennale delle opere pubbliche, la rottamazione quinquies e la razionalizzazione delle partecipazioni — adempimenti urgenti e obbligatori, con scadenze già da tempo superate a causa della paralisi indotta da mesi di ordinanze illegittime.
Ebbene, il 31 luglio — ancora prima che il Consiglio si riunisse — il Segretario Comunale dott. Valerio Saetta e la Responsabile dell’Area Amministrativa dott.ssa Rita Calabrese hanno già emesso parere non favorevole alla trattazione del punto 1 all’ordine del giorno. La motivazione è esplicita e sconcertante: il parere si fonda sulla vigenza dell’ordinanza sindacale n. 51 del 24 luglio 2026. La stessa ordinanza che sopravvive alla revoca in blocco delle altre undici — non per dimenticanza, non per svista, ma per precisa e consapevole scelta. La stessa ordinanza tenuta deliberatamente in piedi nonostante la diffida regionale e il rischio concreto di rimozione, perché senza di essa il parere negativo degli uffici non avrebbe alcun appiglio formale.
Il meccanismo è ora chiaro in tutta la sua cinica architettura. Si cedono all’Assessorato le ordinanze già morte, quelle che il TAR aveva già demolito e che non servivano più a nulla. Si salva l’unica ancora operativa. La si usa come base per far esprimere agli uffici un parere negativo sul primo punto dell’ordine del giorno — quello che contiene il riconoscimento formale delle surroghe e dei rientri. E si produce così, attraverso lo strumento apparentemente tecnico del parere del Segretario, lo stesso risultato che le ordinanze annullate non erano riuscite a ottenere: impedire che il Consiglio si pronunci liberamente. Una mossa calcolata, condotta sull’orlo della rimozione d’ufficio, che dimostra quanto poco conti per questo sindaco il bene della comunità rispetto alla propria sopravvivenza politica.
Il paradosso è che proprio il punto su cui il Segretario esprime parere negativo — la presa d’atto della nota assessoriale n. 8981 — era stato lo stesso Assessorato Regionale a indicare come necessario, rinviandone formalmente la trattazione al Consiglio Comunale. Ora quegli stessi uffici comunali, dietro lo scudo dell’ordinanza n. 51, dichiarano di non poter procedere. Un corto circuito kafkiano, costruito deliberatamente.
La motivazione dell’ordinanza n. 57 parla di “mutamento dell’assetto degli interessi“, di nuova valutazione dell’interesse pubblico, di necessità di assicurare la continuità e la regolarità dei lavori del Consiglio, di evitare misure suscettibili di alimentare “incertezze applicative e conflittualità istituzionale“. Parole che suonano come una confessione: ciò che oggi viene definito contrario al buon andamento è esattamente ciò che per mesi è stato prodotto e difeso attraverso quelle stesse ordinanze. La domanda rimane senza risposta: se quelle misure alimentavano conflittualità istituzionale quando sono state revocate, cosa erano quando venivano emanate? E perché la n. 51 sfugge improvvisamente a questa logica?
La risposta è semplice: perché serve ancora. Perché è l’ultimo strumento rimasto. Perché, sull’orlo della rimozione, Scrivano ha scelto di dare all’Assessorato la forma della resa conservando la sostanza dell’ostruzionismo.
La revoca non cancella i mesi di paralisi istituzionale, non cancella i procedimenti bloccati, non cancella i costi legali già accertati che si avvicinano ai 70.000 euro di denaro pubblico, non cancella le convocazioni impedite, i commissari ostacolati, le ordinanze emesse a raffica e tutte puntualmente bocciate. E non cancella nemmeno la responsabilità di chi, negli uffici comunali, ha scelto di prestare il proprio parere tecnico alla costruzione di questo nuovo ostacolo.
Nel frattempo, sul fronte del bilancio, il Commissario ad acta ha dovuto prorogare al 10 settembre 2026 la scadenza per l’approvazione del bilancio di previsione 2026/2028 — un atto doveroso per evitare conseguenze ancora più gravi per le casse comunali, ma che è esso stesso la misura plastica del disastro prodotto: un Comune che arriva a settembre inoltrato senza un bilancio approvato, con tutti gli impedimenti gestionali e finanziari che ne derivano, per colpa esclusiva e certificata di un’unica persona.
E mentre la macchina burocratica arranca tra ordinanze, pareri e proroghe, il prezzo più visibile e quotidiano di questa crisi lo stanno pagando i cittadini di Alimena in modo silenzioso ma inequivocabile: l’estate è morta. La piazza è vuota. Le attività commerciali del paese, che in questi mesi avrebbero dovuto beneficiare del traino degli eventi estivi — sagre, concerti, iniziative culturali, tutto ciò che in un piccolo comune delle Madonie rappresenta l’ossigeno economico della stagione calda — si trovano invece a fronteggiare un’estate senza programmazione, senza risorse deliberate, senza la minima capacità di progettazione che un’amministrazione funzionante avrebbe dovuto garantire. Le vetrine sono lì, i tavolini sono vuoti, i gestori contano i clienti che non arrivano. Un danno reale, concreto, che si somma a quello istituzionale e a quello finanziario, e che ricade su famiglie e imprenditori che non hanno nessuna responsabilità in questa vicenda ma ne subiscono integralmente le conseguenze.
Un unico e solo irresponsabile ha prodotto tutto questo. Un sindaco che ha scelto mesi fa di anteporre la propria sopravvivenza politica agli interessi della comunità, che continua a farlo con ogni strumento a sua disposizione — e che ora, messo alle strette dalla prospettiva concreta della rimozione d’ufficio, offre all’Assessorato le briciole di undici ordinanze già prive di valore, tenendosi ben stretto l’unico strumento ancora utile a bloccare il Consiglio e proteggere se stesso.
Il Consiglio Comunale si riunirà il 10 agosto. Sarà il momento della verità: o il Consiglio potrà finalmente lavorare, o assisteremo all’ennesimo capitolo di un’opera che non ha più nemmeno bisogno di sceneggiatura. Si scrive da sola.
Adesso, davvero, è tempo di responsabilità. E di conseguenze.























Da accompagnare a calci nel deretano alla porta
AGGIORNAMENTO – é di pochi minuti fa anche la revoca di altre due Determine Sindacali (per un totale di 13):
la N. 32 DEL 29/12/2025 avente ad oggetto “Presa d’atto della decadenza del Consiglio cui all’art. 53, comma 3 della L.R. n. 16/1963 e di attivare gli adempimenti di legge necessari presso la regione Sicilia”
e la N. 4 DEL 22/01/2026 recante ad oggetto “Non validità della convocazione del Consiglio comunale prot. n. 544 del 20/01/2026”
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