Alimena (Pa) – Un mistificatore seriale: quando la prepotenza ignorante diventa metodo di governo. Invalide le dimissioni della Consigliera Guarrera. Per la terza volta consecutiva negato l’accesso all’aula consiliare.
Non gli è bastato tenere l’Ente ostaggio per mesi con la vicenda dell’illegittima nomina del Presidente del Consiglio comunale, una forzatura giuridica trascinata fino ai limiti dell’accanimento nonostante l’articolo 27 dello Statuto comunale fosse chiaro, lineare e privo di qualsiasi ambiguità interpretativa.
Una evidenza ben nota anche sul piano professionale, al punto che il legale che aveva seguito il giudizio dinanzi al TAR ha rifiutato di proseguire l’azione davanti al CGA, evitando di esporsi a un’ulteriore e prevedibile sentenza di rigetto.
Nemmeno il nuovo difensore incaricato – in virtù della giurisprudenza pregressa – poteva ignorare la palese debolezza della tesi sostenuta, ma ciò non ha impedito al Sindaco di insistere comunque, producendo un contenzioso inutile, già perso in partenza, che ha generato circa 14.000 euro di spesa pubblica, interamente a carico della collettività.
Archiviata quella pagina — bocciata senza appello dall’Assessorato regionale, dal TAR e dal CGA — il Sindaco ha immediatamente aperto un nuovo fronte, altrettanto pretestuoso e altrettanto dannoso: il tentativo di imporre, per puro capriccio politico, la decadenza del Consiglio comunale, con la supina complicità dei Consiglieri a lui più vicini, che hanno accettato di dimettersi per assecondare un gioco politicamente indegno.
A rendere il quadro ancora più grave emerge, nelle ultime ore, un ulteriore profilo, tutt’altro che marginale: l’invalidità formale delle dimissioni della Consigliera Marisa Guarrera.
Sentita telefonicamente, la Consigliera ha infatti dichiarato di non aver presentato personalmente le proprie dimissioni, precisando che a farle firmare sarebbe stato lo stesso Sindaco, recatosi presso la sua abitazione, e che la successiva protocollazione sarebbe stata effettuata dal Sindaco medesimo.
Una modalità che si pone in palese contrasto con l’articolo 16 dello Statuto comunale, il quale prescrive in modo tassativo che le dimissioni dalla carica di consigliere debbano essere presentate personalmente e assunte immediatamente al protocollo dell’Ente dall’interessato o, in alternativa, da persona delegata con atto autenticato.

Questo dato assume un rilievo decisivo: non solo il Consiglio comunale non è mai decaduto, come peraltro prescritto in modo chiaro dall’Assessorato regionale, ma le stesse dimissioni utilizzate dal Sindaco per tentare di dichiararne la decadenza risulterebbero giuridicamente invalide, quindi prive di qualsiasi efficacia.
Si apre così una responsabilità ancora più grave. Chi ha protocollato, utilizzato o richiamato tali dimissioni, pur in assenza dei requisiti formali imposti dalla legge e dallo Statuto, non si è limitato a ignorare ulteriormente le regole, ma ha fatto ricorso consapevolmente ad atti nulli trattati come validi, al solo fine di costruire una narrazione artificiosa funzionale a giustificare provvedimenti sindacali con cui, senza titolo, si è tentato di dichiarare decaduto il Consiglio comunale.
Nel frattempo, per la terza volta consecutiva, Lunedì scorso 26 Gennaio, i consiglieri comunali ancora in carica e quelli legittimamente subentranti si sono visti negare l’accesso all’aula consiliare, trovando, come preannunciato, ancora e ancora e ancora le porte chiuse.
Non un disguido organizzativo, non un problema procedurale, ma un atto materiale che impedisce l’esercizio del mandato elettivo, violando uno dei diritti fondamentali dei rappresentanti democraticamente eletti e, con esso, il diritto dei cittadini ad essere rappresentati.
Una compressione gravissima delle prerogative del Consiglio comunale, che non solo svuota l’organo della sua funzione, ma configura una interferenza diretta e illegittima sull’autonomia dell’assemblea elettiva, trasformata da luogo di confronto democratico a spazio fisicamente e politicamente interdetto.
Un fatto che, da solo, basterebbe a certificare la deriva istituzionale in atto.
Il tutto in aperta e consapevole violazione di una prescrizione dell’Assessorato regionale chiara, netta e giuridicamente inattaccabile, che ha indicato senza alcuna ambiguità l’unica strada possibile: procedere alle surroghe, perché obbligatorie.
Un principio elementare dell’ordinamento degli enti locali, messo nero su bianco dagli uffici regionali competenti eppure ostinatamente ignorato, accompagnando il rifiuto di applicarlo con continue e inaccettabili parole di discredito nei confronti dei funzionari regionali, accusati di agire “a telecomando” e di produrre atti che “lasciano il tempo che trovano”.
Un atteggiamento che non solo tradisce l’assenza di argomenti giuridici, ma rivela appunto una deriva pericolosa: delegittimare le istituzioni quando non confermano la propria narrazione, trasformando il rispetto delle regole in un’opzione discrezionale.
E qui si tocca il paradosso.
Da un lato, il Sindaco invoca continuamente l’intervento dell’Assessore, quasi implorando che “gli dica come fare”, come se il Dipartimento regionale non fosse già emanazione diretta dell’Assessore e come se le prescrizioni ricevute non fossero già vincolanti. Dall’altro, continua a produrre ordinanze, determine, diffide e atti unilaterali in palese contrasto con quelle stesse indicazioni.
Non è confusione.
È mistificazione sistematica.
Siamo davanti a un metodo: trasformare una questione giuridica chiarissima in un terreno di scontro politico, deformare i fatti, piegare le norme, agitare scenari inesistenti, nel disperato tentativo di tenere bloccato il Consiglio comunale e rinviare il momento del confronto democratico.
Un comportamento che nulla ha a che vedere con la tutela delle istituzioni e molto con la mala coscienza di chi sa di aver perso sul piano del diritto e tenta di recuperare sul piano della forza, dell’ostruzione e della propaganda.
Nel frattempo, l’Ente resta paralizzato.
Il Consiglio comunale viene trattato come un intralcio.
Le regole come un’opinione.
I cittadini come spettatori passivi di una farsa sempre più imbarazzante.
Questa non è più solo una cattiva amministrazione.
È una vergogna istituzionale che coinvolge l’intera comunità di Alimena, esposta al ridicolo e al discredito per l’ostinazione di chi ha scelto di governare contro le regole, contro le sentenze e contro ogni richiamo alla legalità.
A questo punto, la speranza — sempre più condivisa — è che sia lo stesso Assessorato regionale ad attivare gli strumenti previsti dall’ordinamento, fino alla rimozione forzata di un Sindaco che ha dimostrato, nei fatti, di non essere più in grado di garantire il funzionamento democratico dell’Ente.
Diversamente, l’esito ormai prevedibile sarà la nomina di un Commissario ad acta per procedere alle surroghe che il Sindaco continua a impedire, con l’ennesimo paradosso: ulteriori costi a carico della collettività per rimediare a un blocco istituzionale voluto, costruito e provocato.
Un epilogo che rappresenta l’inevitabile certificazione di un fallimento politico e istituzionale che Alimena non meritava.
































































Letizia Federico e Loredana Bausone siete proprio imbarazzanti..ma sapete leggere?..secondo voi dovremmo fare gli applausi a questo Sindaco è alle due Assessore rimaste?.. incredibile!!
Poi la Bausone che parla di disastri personali di altri ..il top!!!!
Enzo Albanese articolo veramente eccezionale continua a raccontare la verità che ormai manca poco e questa gente potrà occupare solo le poltrone di casa propria..