Il colore del cielo nel buio di una cella (di Cinzia Aiello)

Il colore del cielo nel buio di una cella (di Cinzia Aiello)

Quando una ragazzina di 14 anni narra una delle storie più strazianti e dolorose cui abbiamo assistito, lasciando che sia la sua anima a narrare ciò che il suo sangue siciliano sente, allora possiamo dire davvero: No, non li avete uccisi!

Per una voce innocente soffocata un’ altra urla giustizia e legalità.

La voce di Diletta Maria Pino, ex alunna della scuola media di Altofonte, e oggi studentessa del liceo classico Vittorio Emanuele II, si aggiudica il primo posto nella sezione “elaborato scritto” del progetto “Palermo, città della legalità”, con il testo intitolato “Il colore del cielo nel buio di una cella”, e in qualche modo ci assolve dal nostro peccato originale e ci redime da colpe difficili da espiare.

Il colore del cielo nel buio di una cella

“Stai tranquillo che ti portiamo da papà”, fu la frase a cui forse non avrei mai dovuto credere,

dato che da quel 23 novembre 1993, io mio padre non lo vidi più…

Erano due agenti di Polizia che con indifferenza mi strapparono l’adolescenza e i sogni.

Se chiudo gli occhi, sento ancora l’odore del fieno e l’ adrenalina che scorre nelle vene appena monto sul mio cavallo.

Ma la realtà non è questa e devo ancora accettarlo: sono chiuso da un paio di anni in una cantina buia e fredda e ancora il motivo non l’ ho ben chiaro.

In questi due anni ho dimenticato il colore del cielo illuminato dal sole, l’ebbrezza del vento tiepido d’estate in viso…

Ho pregato infinte volte che qualcuno venisse a salvarmi, che mi portassero via da quel buco nero dov’ero da troppo tempo, ho capito che forse non c’era più scampo, che sarei dovuto rimanere lì per una colpa mai compresa.

Ho visto il mio corpo diventare sempre più fragile, consumato dal buio e dalla solitudine.

L’11 gennaio 1996, mentre il mondo continuava a girare e pian piano a dimenticarmi, decisero che il mio tempo era scaduto.

Non ebbi mai compiuto 15anni.

Mi misero una corda al collo, così fitta da farmi svenire in poco tempo: non vidi più niente;

solo il ricordo dei miei ultimi momenti tra la gente, al maneggio, la mia famiglia, ma velocemente finì tutto.

Cancellarono ciò che restava di me: un corpo inerme che urlava voglia di libertà, di vita e tutto ciò che poteva desiderare un adolescente rinchiuso in gabbia.

Pensarono probabilmente che senza un corpo non ci sarebbe stata memoria, che il fumo acre di quel grande fusto di acido avrebbe soffocato la loro colpa.

Non sono mai diventato cenere….sono soltanto nel cuore di chiunque non accetti l’orrore, sono nel vento che riecheggia tra le colline e in ogni parola che urla ‘Legalità’.

Della mafia è rimasta solo la crudeltà, ma io, Giuseppe Di Matteo, non morirò mai.


La cerimonia di premiazione si è tenuta al Teatro Biondo di Palermo.

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1 Commento
su “Il colore del cielo nel buio di una cella (di Cinzia Aiello)”

  1. Grazie che oggi23/5/26 vigilia di pentecoste Lei ci ricorda che la legalità(io aggiungerei, visto i tempi odierni, la pace)come valori da vivere ogni giorno, attraverso scelte, comportamenti, responsabilità.

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