Alimena (Pa) – Tombola: nona bocciatura in tribunale per il Sindaco. Il TAR chiude il cerchio e svela tutta la farsa
Nove. Come i cerchi dell’Inferno dantesco. Come le vite di un gatto. Come i tentativi di un Sindaco di fare quello che non poteva e non doveva fare, e di farlo pagare — letteralmente — alla comunità che governa.
Con la sentenza n. 1550/2026 del 27 maggio 2026, il TAR Sicilia ha rigettato l’ultimo ricorso proposto dal Comune di Alimena — nella persona del Sindaco pro tempore — con il quale si chiedeva di dichiarare illegittimo il silenzio della Regione Siciliana sul procedimento avviato per far dichiarare decaduto il Consiglio Comunale. Traduzione: il Sindaco voleva che la Regione sciogliesse il Consiglio, la Regione non lo ha fatto, e il Sindaco è andato al TAR per obbligarla. Il TAR ha detto no. Di nuovo.
Il TAR chiude il cerchio: era tutto sbagliato dall’inizio
La sentenza è chirurgica. Il TAR ricorda che la Regione non è rimasta in silenzio: ha risposto eccome, con la nota prot. n. 858 del 19 gennaio 2026, con cui il Servizio Ispettivo dell’Assessorato delle Autonomie Locali ha accertato che non sussistevano i presupposti per dichiarare la decadenza del Consiglio, perché prima bisognava procedere alle surroghe dei consiglieri dimissionari — quelle di D’Anna Arianna e Mascellino Maddalena. Non c’era nessun silenzio-inadempimento: c’era una risposta precisa, fondata sulla legge e sulla giurisprudenza, che diceva al Sindaco che aveva torto.
Ma andiamo con ordine, perché la sentenza merita di essere letta nel dettaglio. Prima ancora di entrare nel merito, l’Avvocatura Distrettuale dello Stato — la difesa della Regione Siciliana — aveva sollevato contro il ricorso del Sindaco un elenco di eccezioni che, messe in fila, suonano come un atto d’accusa: difetto di legittimazione attiva del Sindaco a chiedere la decadenza del proprio Consiglio Comunale; insussistenza del silenzio-inadempimento perché la Regione aveva già provveduto espressamente; insussistenza dell’obbligo di adottare il decreto di decadenza invocato; infondatezza dell’argomento relativo alla pretesa impossibilità di raggiungere il numero legale e per finire, l’inesistenza stessa del presupposto normativo della decadenza. Cinque eccezioni, cinque modi diversi per dire che quel ricorso non avrebbe mai dovuto essere presentato.
Il TAR non ha avuto nemmeno bisogno di esaminarle tutte: il ricorso era già “palesemente infondato” nel merito. Perché il procedimento avviato dal Comune, scrive il Tribunale, “ha visto una compiuta definizione” con la nota 858/2026. Il Servizio Ispettivo “ha correttamente ritenuto — avuto riguardo al disposto dell’art. 53, comma 4, della L.R. 16/1963 — che la mancata effettuazione delle surroghe possibili impedisse pregiudizialmente l’accertamento della sussistenza dei presupposti per la decadenza“. E non solo: già in sede cautelare, questo stesso TAR aveva ritenuto le tesi del Comune sul procedimento di decadenza prive di “positivo apprezzamento“.
Palesemente infondato. Non semplicemente infondato. Palesemente. È la parola scelta dal Tribunale, e ogni parola nei provvedimenti giurisdizionali è scelta con cura.
Una farsa costosa: oltre 10.000 euro per questo solo contenzioso
Questo ultimo ricorso, da solo, è costato al Comune di Alimena — cioè a tutti noi, cittadini alimenesi — oltre 10.000 euro tra spese legali e condanna alle spese di giudizio. Il TAR ha condannato il Comune a pagare 1.500 euro alle controparti cui si aggiungono i costi del proprio difensore, l’avvocato Giovanni Puntarello con studio in via della Libertà a Palermo. Tutto per un ricorso che il Tribunale ha definito con una parola sola: palesemente infondato. Tutto a carico del bilancio comunale. Tutto a carico dei cittadini alimenesi.
Sommando tutti e nove i contenziosi generati dalla strategia del Sindaco per boicottare il Consiglio Comunale — ordinanze annullate da TAR e CGA, ricorsi respinti, commissari nominati e ostacolati — la cifra complessiva a carico di un Comune di meno di 2.000 abitanti supererà pericolosamente i 70.000 euro. Settantamila euro. Per un Comune che muore di mancanza di lavoro.
Il disegno è chiaro: sei mesi di boicottaggio sistematico
La sentenza di oggi è l’ultimo tassello di un mosaico che adesso è completo e leggibile in ogni sua parte. Dall’inizio di questa storia, il copione non è mai cambiato: raccogliere le firme dei consiglieri, protocollare le dimissioni, dichiarare decaduto il Consiglio, ottenere il Commissario straordinario che governasse al posto del Consiglio eletto dai cittadini. Un piano che è stato smontato pezzo per pezzo dalla Regione, dal TAR, dal CGA, e dalla stessa realtà dei fatti.
La Regione ha detto: prima fate le surroghe. Il Sindaco ha risposto bloccando l’aula consiliare a chiave. La Regione ha nominato un Commissario ad acta per fare le surroghe. Il Sindaco ha ostacolato il Commissario. Il TAR ha ordinato le surroghe. Il CGA ha confermato. Il Commissario ha infine potuto fare una surroga su due — perché nel mezzo è arrivata la nota dell’Assessorato che ha dichiarato le dimissioni della Mascellino “improduttive di effetti“, aprendo un nuovo capitolo di questa storia che non smette di stupire.
Nove gradi di giudizio. Nove sconfitte. Nove volte che le istituzioni — regionali e giurisdizionali — hanno detto che il Sindaco aveva torto. E ogni volta, anziché prenderne atto, il Sindaco ha trovato un nuovo pretestuoso fronte da aprire, sempre a spese della collettività.
Di fronte a tutto questo, la domanda che ogni cittadino alimenese ha il diritto di porsi è una sola: come si fa a continuare a governare dopo nove sconfitte giudiziarie consecutive, dopo aver speso decine di migliaia di euro pubblici per boicottare il proprio Consiglio Comunale, dopo essere stati definiti palesemente infondati da un tribunale della Repubblica? La risposta, sul piano della dignità istituzionale e del rispetto verso i cittadini che si rappresenta, dovrebbe essere uguale per tutti: non si può. Non ci sono le condizioni morali, prima ancora che politiche, per restare. Le dimissioni non sono un atto di debolezza in questo caso: sono l’unica scelta coerente con quanto è accaduto.
Benvenuto Salvatore Scelfo: ora si lavora
In mezzo a tutto questo, c’è anche una buona notizia. Il Consiglio Comunale è stato convocato per il 12 giugno 2026. Dopo sei mesi di paralisi, l’organo democraticamente eletto dai cittadini alimenesi si riunirà. E lo farà con un nuovo componente: Salvatore Scelfo, primo dei non eletti nella lista di D’Anna Arianna, che subentra a quest’ultima a seguito della surroga disposta dal Commissario ad acta con Deliberazione n. 3/2026 del 22 maggio 2026.
A Salvatore Scelfo vanno i migliori auguri di buon lavoro. Troverà un Consiglio che ha molto da fare e poco tempo per farlo.
L’agenda del 12 giugno: emendare il bilancio, subito
I consiglieri comunali — Giovanni Di Gangi, Gino Maccadino, Rosaria Geraci, Rosario Musso e il neo-insediato Salvatore Scelfo — si trovano adesso, per la prima volta dopo mesi, con il coltello dalla parte del manico. Il Consiglio è convocato, l’ordine del giorno è ricco, e l’urgenza è massima.
All’ordine del giorno c’è l’approvazione del Bilancio di Previsione 2026/2028. Un atto dovuto, certo — il bilancio va approvato, e va approvato adesso dopo mesi di paralisi che hanno già costretto l’Assessorato a nominare un ulteriore commissario ad acta per gli adempimenti finanziari. Ma c’è un punto che i consiglieri non possono ignorare: quel bilancio è stato predisposto e proposto da chi ha dimostrato di non avere né la legittimità istituzionale né le capacità etiche e morali per decidere sul futuro di questa comunità. Un bilancio che porta la firma politica di chi ha scelto di spendere decine di migliaia di euro pubblici per boicottare il proprio Consiglio Comunale, di chi ha bloccato l’aula a chiave, di chi ha ostacolato il Commissario della Regione, di chi è stato definito palesemente infondato da un tribunale della Repubblica.
Approvarlo così com’è, senza toccare nulla, significherebbe avallare passivamente le scelte di chi non ha diritto morale di imporle. Significherebbe dare l’impressione che nulla sia cambiato, che sei mesi di boicottaggio sistematico non abbiano lasciato traccia. I consiglieri hanno non solo il diritto ma il dovere politico di proporre emendamenti: di rivedere le voci che non rispecchiano le priorità della comunità, di correggere le scelte fatte nell’interesse di chi governava contro il Consiglio invece che con il Consiglio, di mettere il proprio segno su uno strumento che deve essere dell’intera rappresentanza democratica e non del solo Sindaco.
Strappare il bilancio dalle mani di chi non ne aveva titolo non significa solo approvarlo: significa rifarlo proprio, emendarlo, renderlo il bilancio del Consiglio Comunale di Alimena — non del Sindaco che ha perso nove volte in tribunale cercando di eliminare quel Consiglio.
Ma il lavoro vero, quello che i consiglieri devono mettere in cima all’agenda politica della nuova consiliatura, riguarda l’ultimo residuo di boicottaggio ancora in piedi: la questione delle dimissioni dell’Ing. Maddalena Mascellino.
L’ultimo boicottaggio: la Mascellino “resuscitata”
Come se non bastasse, questa storia ha ancora un colpo di scena — e forse il più surreale di tutti.
Il 21 maggio 2026, il giorno prima che il Commissario ad acta procedesse finalmente alle surroghe, il Servizio 3 dell’Assessorato Regionale delle Autonomie Locali ha emesso la nota prot. n. 8981 con cui ha dichiarato le dimissioni dell’Ing. Maddalena Mascellino “improduttive di effetti”. In parole semplici: secondo quella nota, la Mascellino non si è mai dimessa, è ancora consigliera in carica, e non va surrogata. Il Commissario ha preso atto e ha proceduto a una sola surroga invece di due.
Ora, per capire perché questa conclusione sia non solo sbagliata ma francamente sconcertante, basta ripercorrere quello che è successo nei sei mesi precedenti.
Il 19 gennaio 2026, lo stesso Servizio 3 — la stessa struttura, lo stesso ufficio — aveva prescritto formalmente e nominativamente la surroga della Mascellino come atto obbligatorio per legge, non differibile, da eseguire entro due giorni. Se la Mascellino non si fosse dimessa, quella prescrizione non avrebbe avuto senso: non si ordina la surroga di chi è ancora in carica. Poi la Regione ha nominato un Commissario ad acta con il compito esplicito di procedere a quelle surroghe — inclusa la sua. E il TAR e il CGA hanno ordinato le surroghe, presupponendo necessariamente che quei seggi fossero vacanti. In sei mesi, non una sola istituzione — né la Regione, né i giudici amministrativi — aveva mai messo in dubbio che la Mascellino si fosse dimessa.
Poi, il 21 maggio, tutto viene ribaltato. Con quale motivazione? Un vizio di forma: le dimissioni sarebbero state indirizzate al Sindaco invece che al Presidente del Consiglio Comunale, come richiede la legge regionale siciliana. Un’irregolarità procedurale, reale ma marginale, che però non aveva impedito a nessuno di trattare quelle dimissioni come valide per sei mesi interi. Non al Sindaco, che ci aveva costruito sopra, per mesi, tutto il castello sulla decadenza del Consiglio. Non alla Regione, che aveva nominato due Commissari per eseguire la surroga. Non ai giudici di TAR e CGA, che avevano ordinato di procedere.
La giurisprudenza amministrativa consolidata ha una risposta chiara per situazioni come questa: il principio di proporzionalità vieta che le regole formali vengano usate in modo strumentale per ribaltare a distanza di mesi situazioni giuridiche già consolidate nella pratica e negli atti. Le forme esistono per garantire che le dimissioni siano genuine e libere — non per costruire trabocchetti da azionare quando fa comodo. L’Assessorato ha ignorato questo principio, e lo ha fatto in modo così plateale da lasciare senza parole chi conosce i fatti.
Il risultato concreto, quello che i cittadini alimenesi devono tenere ben presente, è questo: il 12 giugno la Mascellino, probabilmente, siederà in Consiglio e voterà sul bilancio 2026/2028, sul Documento Unico di Programmazione, sul Programma Triennale delle Opere Pubbliche, sull’elezione del Presidente del Consiglio. Lo farà in virtù di una nota emessa in contraddizione con tutto ciò che la stessa Regione aveva fatto e detto nei sei mesi precedenti. E se — giorno 9 Giugno quando nuovamente il TAR si esprimerà su questa vicenda — le sue dimissioni fossero ritenute valide, ogni deliberazione adottata con il suo voto determinante sarebbe viziata e potenzialmente annullabile. Un altro regalo avvelenato a una comunità che di veleni ne ha già ricevuti abbastanza.
Ai consiglieri: ora tocca a voi. E non c’è scusa per non farlo
Ai consiglieri Di Gangi, Maccadino, Geraci, Musso e Scelfo, questa vicenda pone una responsabilità precisa e non rinviabile. Non basta insediarsi il 12 giugno, approvare il bilancio emendato e andare avanti come se nulla fosse. Quell’ultimo nodo — la questione Mascellino — va sciolto, e va sciolto subito, con tutti gli strumenti disponibili.
Gli strumenti ci sono. Si può presentare ricorso gerarchico al Dirigente Generale del Dipartimento delle Autonomie Locali contro la nota 8981/2026: uno strumento amministrativo rapido, che mette il Dipartimento di fronte alla propria contraddizione interna in modo formale e documentato. Oppure si può ricorrere direttamente al TAR: sarebbe il decimo ricorso in questa vicenda, ma stavolta dalla parte giusta, quella che finora ha vinto ogni volta. Entrambe le strade sono percorribili, entrambe sono fondate, e i fatti a sostegno sono così chiari da rendere difficile immaginare un esito diverso dalla vittoria.
Non procedere sarebbe una sconfitta. Non una sconfitta processuale — una sconfitta politica e morale. Perché il Sindaco sa già che la questione Mascellino è il suo ultimo scudo: finché quella consigliera siede in Consiglio grazie a una nota contraddittoria dell’Assessorato, il numero dei voti si assottiglia, le maggioranze diventano incerte, e soprattutto — ed è questo il calcolo politico che non va sottovalutato — la mozione di sfiducia diventa più difficile da costruire. Non procedere contro la nota 8981/2026 significherebbe lasciare in piedi l’unico residuo di boicottaggio rimasto, quello che serve al Sindaco non per governare, ma per sopravvivere politicamente nonostante tutto.
Dieci ricorsi, se necessario. Perché questa comunità merita che chi la rappresenta non si fermi a un passo dalla fine.
Sei mesi di paralisi. Nove sconfitte in tribunale per chi ha cercato di eliminare il Consiglio Comunale. Decine di migliaia di euro sprecati. Una comunità stanca di aspettare. È il momento di voltare pagina — e questa volta fino in fondo.
































































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