Alimena (Pa) – Oltre ogni limite: il Sindaco ordina di impedire l’insediamento del Commissario ad acta nominato da Schifani
Il livello dello scontro ha ormai superato la dimensione politica ed è entrato in quella ben più grave della negazione delle regole fondamentali dell’ordinamento.
Con un atto formale, probabilmente terrorizzato dal materializzarsi della mozione di sfiducia, il Sindaco Scrivano ha ordinato al Vicesegretario facente funzioni e al Dirigente dell’Area Amministrativa di non consentire l’insediamento del Commissario ad acta nominato dall’Assessorato regionale per procedere alle surroghe dei consiglieri comunali.
In sostanza, ha preteso che le proprie ordinanze, peraltro usate impropriamente, possano valere perfino nei confronti di organi sovraordinati, arrivando a stabilire che esse:
“fanno divieto ai consiglieri comunali decaduti di agire come se fossero in carica e fanno altresì divieto ai Dirigenti e Funzionari di organi sovracomunali di sostituirli”.
Una posizione ribadita nella surreale comunicazione diffusa ai cittadini, con cui lo Scrivano ha liquidato il decreto assessoriale sostenendo che:
- la norma richiamata sarebbe “inconferente” (e cioè priva di relazione con il tema discusso; non pertinente)
- non vi sarebbe alcuna inerzia dell’Ente
- esisterebbe invece una “oggettiva impossibilità giuridica” di procedere
e concludendo con una frase che da sola restituisce il livello istituzionale raggiunto:
“La mozione di sfiducia ve la fate a brodo”.
In sostanza, il Sindaco si è sostituito sia all’Assessorato regionale sia al TAR — unico soggetto che potrebbe eventualmente sospendere l’efficacia del decreto assessoriale — ordinando agli uffici comunali di ignorare un potere sostitutivo legittimamente esercitato.
Un atto che non rappresenta soltanto un’ulteriore forzatura, ma che segnala una preoccupante incapacità di comprendere – o peggio, un rifiuto ad accettare – la gerarchia delle fonti e del principio secondo cui gli enti locali sono soggetti alla vigilanza e al potere sostitutivo della Regione.
Il presupposto giuridico che non regge.
La giustificazione addotta — o meglio, il fragile appiglio — resta sempre la stessa: non si potrebbero effettuare le surroghe perché sarebbe venuto meno il numero legale dei Consiglieri in carica e, di conseguenza, il Consiglio comunale non sarebbe neppure convocabile.
Ma questa non è una tesi giuridica: è esattamente il contrario di ciò che prevede l’ordinamento.
E lo è a maggior ragione oggi, alla luce di un fatto emerso nel frattempo: una delle dimissioni utilizzate per sostenere la presunta impossibilità di procedere — quella della consigliera Guarrera — si è rivelata giuridicamente invalida, perché non presentata secondo le modalità tassative previste dallo Statuto.
Il presupposto numerico su cui si fonda l’intera costruzione della “decadenza” risulta quindi, già in partenza, viziato.
Ma anche a voler prescindere da questo elemento — che da solo basterebbe a smontare l’impianto — la regola resta chiara: quando viene meno la composizione piena dell’organo, l’ordinamento impone di procedere alla sua reintegrazione attraverso le surroghe.
Negarlo equivale a sostenere che, se un’auto ha una ruota bucata — peraltro forata volontariamente dallo stesso conducente — non si debba sostituire la ruota, ma rottamare l’intero veicolo.
Un’idiozia insomma!!
Le surroghe esistono proprio per evitare il blocco dell’istituzione. Non sono una facoltà: sono un obbligo.
Non siamo quindi di fronte a un’interpretazione discutibile, ma a una costruzione artificiosa che tenta di trasformare una regola di funzionamento in un alibi per la paralisi.
Il nodo che ora riguarda i funzionari.
In questo scenario si apre ora un ulteriore fronte delicato per l’apparato amministrativo. Il problema è infatti che questa linea non resta confinata alla polemica politica.
Essa viene trasformata in ordini operativi rivolti a funzionari che si trovano oggi esposti in prima persona.
Cosa faranno il Vice-Segretario comunale facente funzioni, Antonio Cicero – peraltro già resosi protagonista, in occasione della prima prescrizione dell’Assessorato regionale, di maldestri tentativi di bloccare la convocazione del Consiglio Comunale da parte del Consigliere anziano – e la Responsabile dell’Area Amministrativa, Rita Calabrese – nominata tale con un atto già oggetto di forti perplessità – di fronte a questo conflitto?
Seguiranno l’ordinanza del Sindaco oppure il provvedimento dell’Assessorato regionale?
E ancora: poiché al Commissario spettano l’indennità di carica e quella di responsabilità — con oneri interamente a carico dell’ente ritenuto inadempiente — e poiché lo stesso ente è tenuto, ai sensi dell’art. 24, comma 3, della L.R. n. 44/1991, ad attivare l’azione di rivalsa nei confronti dei soggetti eventualmente responsabili, ne chiederanno conto al Sindaco e alle sue ordinanze?
Non è una scelta neutra.
Il rispetto degli atti provenienti da un’autorità superiore non è discrezionale, e impedire l’esecuzione di un potere sostitutivo può avere conseguenze sul piano amministrativo, contabile e — in determinate circostanze — anche personale.
Le conseguenze
Nel frattempo prosegue la spirale di contenziosi: dalla costituzione nel ricorso promosso dai Consiglieri — del tutto evitabile — fino all’ennesima impugnazione davanti al TAR di questo ultimo decreto assessoriale.
Un accumulo di spese – con ripetuti e appositi prelievi dal fondo di riserva – che supererà ormai i 40.000 euro.
E la sensazione – anzi la certezza – è quella di assistere agli ennesimi contenziosi destinati a seguire il solco dei precedenti: costosi per la collettività e, con ogni probabilità, già compromessi sul piano giuridico.
Ma il danno non è solo economico.
Quando si arriva a impartire ordini per neutralizzare atti legittimamente adottati da autorità superiori, non si sta più difendendo un’interpretazione: si sta mettendo in discussione il funzionamento stesso delle istituzioni.
E a quel punto il problema non è più chi ha ragione sul piano politico.
Diventa chi sarà chiamato a rispondere delle conseguenze.


































































Il tema solleva questioni delicate sul rapporto tra livelli istituzionali e sul rispetto delle procedure. È importante che prevalgano trasparenza e chiarezza per tutelare l’interesse pubblico.